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23 giugno 2008

vepee

Qui, il vepee è il vicepresidente, e, come si diceva qualche tempo fa, uno dei prossimi passi della campagna elettorale è proprio la scelta del running mate, del vice.

La scelta è tutt'altro che semplice: il vice dovrebbe riaffermare i punti di forza del candidato presidente, complementarne i punti deboli, attirare le parti dell'elettorato meno rappresentate dal presidente, ma senza alienarne la base elettorale. Il joke è che Obama sarebbe alla ricerca di un ibrido tra una donna (per attirare l'elettorato femminile), un latino (per conquistare la minoranza messicana), e un verace americano del sud (per fare breccia tra gli stati meridionali).

Formata una prima lista di possibili candidati, la scelta avviene attraverso vere e proprie commissioni che esaminano ogni aspetto delle possibili scelte. L'obbiettivo è principalmente evitare gaffe e scelte imbarazzanti. I democratici ne sanno qualcosa. Nel 1972, McGovern sceglie come vice Eagleton, che rivelerà solo settimane dopo di essere stato più volte sottoposto a trattamenti di elettroshock per combattere attacchi depressivi. Eagleton diventa il bersaglio degli attacchi repubblicani, viene allontanato in fretta e furia, ma il danno è fatto. McGovern finirà per perdere (malamente) contro Nixon.
Un altro ticket sfortunato è Mondale-Ferraro del 1984. Ferraro è la prima donna ad essere nominata per una posizione così prestigiosa, ma l'effetto novità è presto spazzato via da una serie di scandali finanziari riguardanti il marito. Anche in questo caso, i democratici vengono sconfitti largamente, a vantaggio di Reagan.

Tra i repubblicani, la storia più curiosa è quella di Dick Cheney, che chiamato a dirigere la commissione incaricata di trovare il vice di Bush jr., decide che il candidato migliore è... lui stesso. E il resto, lo sappiamo.

05 marzo 2007

Bloody Sunday


Foto cortesia del New York Times.

Domenica scorsa si è celebrata la ricorrenza di uno dei momenti chiave del Civil Rights Movement: le marce da Selma a Montgomery, Alabama. È il marzo 1965, oltre 600 persone si mettono in marcia da Selma alla volta della capitale dello Stato per manifestare in favore del diritto di voto. Ma poco dopo la partenza, i manifestanti vengono caricati dalla polizia: le immagini televisive fanno il giro della nazione, la violenza della carica (da cui Bloody Sunday) sciocca il pubblico americano e conquista larghi favori al movimento. Selma rappresenta il picco di dieci anni di lotta: dal rifiuto di Rosa Parks sul bus di Montgomery, alla guardia nazionale di Faubus contro gli studenti neri, al discorso sul Civil Rights di Kennedy, all'I have a dream di Martin Luther King a Washington DC.

In questo periodo di campagna presidenziale (non manca poi molto!), Selma ha attirato i due candidati democratici più importanti: Barack Obama e Hillary Clinton. Barack è la stella nascente: padre africano, madre americana, cresce a Chicago, da soli due anni al Senato, si fa notare con un discorso strepitoso alla Convention democratica del 2004 e diventa poi famoso con due autobiografie best-seller. Gran retorica, richiamo costante ai principi "alti" del sogno americano, rifiuto delle beghe e degli attacchi politici, lo "skinny boy with the funny name" dovrà dimostrare in questo anno e mezzo prima delle elezioni di saper farsi valere anche sul terreno (spesso fangoso) della politica quotidiana e nelle questioni meno nobili del giorno dopo giorno. Pur afro-americano, il primo, in effetti, ad avere serie possibilità di accedere all'officium presidenziale, non gode, paradossalmente, dell'appoggio indiscusso della comunità nera: non esce dal classico percorso dei civil rights, è, per dirla con Colbert, african african-american.

Di Hillary si sa tutto e niente. Amici influenti, tasche gonfie, l'intelligenza e il carisma di Bill (asset o liability?), i voti guidati più dai sondaggi che dal cuore, la fallita riforma del Medicare alle spalle, un'autobiografia noiosetta data alle stampe anni fa, la capicità di alienare la gente per la sua apparente rigidità e freddezza.

Hillary è data in vantaggio nei sondaggi, ma il gap si sta chiudendo. Barack e HIllary hanno tenuto i loro discorsi a pochi blocchi di distanza, si sono scambiati un abbraccio (una pacca sulla spalla per Bill) e chiuso così (forse) alcuni scambi meno teneri di alcuni giorni fa.

È venuto il tempo di vedere il primo presidente nero o il primo presidente donna?