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28 ottobre 2010

English? No British English

E uno dice: per fortuna che ti sei trasferita dall'America all'Inghilterra così non devi imparare una nuova lingua....beh...cioè...quasi. A parte dover fare i conti con un accento molto diverso, ci sono anche molte parole che non sono per niente uguali.

Everyone told me: you are moving to the UK, at least you don't have to learn another languange...well...kind of. Not only the accent is completely different, but also a lot of daily used words are not same.


Qui una piccola lista USA vs UK:
Here is the list USA vs UK:

ATM: Cash Point - Bancomat
Checkout: Till - Cassa al supermercato
Cart: Trolly - carrello
Eggplant: Aubergine -melanzana
Diapers: Nappies -pannolini per bambini
Garbage: Rubbish - immondizia
Elevator: Lift - ascensore
Vaccum Cleanear: Hoover -aspirapolvere
Can: Tin - lattina/barattolo
Restroom: Toilets/loo -bagno
Thanks: Cheers - Grazie

e ce ne sarebbero molti altri.
and many many more.


Io che uso ancora molti termini in American English vengo a volte guardata con sospetto o sento risatine stupite dietro la schiena...Comunque il peggio e` che quando entri nei negozi, invece del solito "hi, how are you doing" per salutare dicono: "Hi, are you all right?" che souna tipo: "Hey, tutto bene, c'e` qualcosa che non va?" Io all'inizio mi guardavo sempre allo specchio pensando di avere un faccia terribile e una macchia di latte sul naso.

I still use a lot of American English terms and people look at me suspiciously, or laugh surprised behind my back. The worst thing is that when you enter a shop they don't greet you with: Hi, how are you doing?" but they look at you and say: "Hi, are you all right?". The first couple of times I thought I had a dreadful face or milk on my nose from my Capuccino. Now I am getting used to it.

31 dicembre 2009

burocratese postale



L'Americano ti disabitua al burocratese, tanto che quando ricevi una comunicazione così dalle venerande Posteitaliane S.p.A. ne rimani per un attimo stupito.

Contiene corrispondenza lacerata
durante la lavorazione Meccanizzata.
Ci scusiamo per l'accaduto.


Peccato solo che la rima baciata delle prime due righe non sia seguita da un altrettanto poetico accorgimento per la parte finale delle scuse. Potrebbero provare con:

  • Abbiamo fatto invero tutto il potuto

  • Della nostra antiquatezza è piccolo tributo

  • Abbiamo davvero bisogno di aiuto

  • La colpa però è del postino panciuto

  • Ti sta bene, brutto occhialuto



Suggerimenti per altri finali?

29 gennaio 2009

Cafe` Mona



Credo che i trentini capiranno la crisi di riso che mi e` presa leggendo il menu` affisso sul muro di questo nuovo bar che ha aperto vicino all’ufficio.

Non ho avuto il coraggio di ordinarlo, ma prometto che presto lo faro`.

“Hi, can I get a Café Mona, please?” Oppure, “Hi, can I please get a Café (pausa) Mona?”

08 giugno 2008

La parola della settimana: to call it quits

La parola (o frase) della settimana è to call it quits. L'etimologia è incerta, pare derivare dal latino medievale quietus est, formula usata come riconoscimento del pagamento di un debito. In inglese, ha due significati principali. Il primo indica appunto che un debito è stato ripagato. Il secondo, più interessante qui, indica invece la decisione di abbandonare un'attività o impresa.

Chi ha (finalmente!) deciso di call it quits è ovviamente Hillary Clinton, che, dopo gli ultimi esiti elettorali, s'è rassegnata alla situazione descritta dai numeri (la distribuzione dei delegati e dei superdelegati) e ha riconosciuto la vittoria di Obama.

Hillary se ne esce graciously, come dicono qui, elogiando l'avversario dei mesi passati e promettendo incondizionato supporto. Lo fa, ricompattando la base contro il nemico comune McCain, ed evitando, probabilmente all'ultimo momento valido, di spaccare il partito. Ci sarà tempo per analizzare i motivi della sconfitta (la presunzione di avere la vittoria in tasca, le divisioni interne allo staff, l'impatto imprevedibile di Bill), rimangono ad Hillary una campagna storica (mai una donna così vicina a guadagnarsi la nomination per l'officium più alto) e l'enorme numero di voti raccolti per strada.

E adesso inizia la corsa vera. Uno dei primi passi: la scelta del vice-presidente. Staremo a vedere...

04 febbraio 2008

la parola della settimana: gerrymandering



La parola della settimana è gerrymandering: l'atto di ritracciare i confini dei congressional district (le nostre circoscrizioni, più o meno) al fine di influenzare l'esito delle elezioni. Etimologicamente, deriva da E. Gerry, governatore del Massachusetts nei primi anni del 1800 e campione della tecnica, e salamander, dalla forma a salamandra che i distretti dello Stato avevano assunto dopo l'ennesimo ritocco.
Per i curiosi, il gerrymandering può essere fatto sostanzialmente in due modi: packaging consiste nel concentrare i voti dell'opposizione in un numero limitato di distretti; diluting, al contrario, li "spalma", diluendoli, in un numero elevato di distretti.

Perché il gerrymandering è di nuovo attuale? Alla vigilia del Super Tuesday, gli ultimi poll danno Hillary davanti ad Obama per un misero 2%. Con questi margini, non contano più le percentuali e i voti, ma come questi si traducono in delegati, ovvero come sono tracciati i distretti. E qui le cose si complicano. Prendiamo il caso della California. Dei 441 delegati assegnati nello Stato dell'oro, 71 sono riservati per party leader e altri ufficiali dello Stato, 129 sono assegnati in base all'andamento complessivo delle primarie e 241 sono allocati in base al voto in ciascun distretto. Non tutti i distretti sono uguali, però: in base all'affluenza negli ultimi anni, ciascun distretto può assegnare tra 3 e 5 delegati. Le regole di spartizione non sono affatto intuitive, col risultato che un vittoria risicata in un distretto da 3 delegati può portare gli stessi risultati (in numero di delegati) di una vittoria più larga in un distretto da 4. Complicato, no?
Per completezza, i Repubblicani adottano invece il più semplice modello del winner-take-all: il vincitore s'aggiudica tutti i delegati dello Stato.

Se l'esito di Martedì sarà davvero lo stallo tra Hillary e Obama, si aprirebbero diversi scenari. Uno (e così rispondo almeno in parte ad Emanuele), Edwards potrebbere dare il proprio endorsement ad uno dei due, portando in dote il 15% di delegati raccolti fin qui: non tanti ma sufficienti a rompere l'equilibrio. Se Obama finisse secondo, potrebbe accettare di correre come vicepresidente, con l'occhio alle presidenziali del 2012 o 2016, in cui sarebbe venuto meno il suo unico punto debole, la carenza di esperienza (ma anche il vantaggio di correre, almeno in parte, come outsider all'establishment). Un altro scenario è l'entrata in gioco di candidati indipendenti. Il sogno di molti è Al Gore, che però si è tenuto fin qui estremamente sotto traccia, troppo per pensare seriamente di correre, ma che potrebbe ripensarci, magari per dare un dispiacere ai Clinton, con cui i rapporti sono decisamente freddini. Più probabile, invece, la carta Bloomberg, il miliardario sindaco di New York, che da mesi nega di voler candidare, ma che fa fare sondaggi d'opinione e lascia intendere di essere pronto ad investire in un'eventuale campagna 1 miliardo di dollari.

Non resta che aspettare domani...

PS: all'inizio di Gennaio avevamo scritto un breve pezzo sull'Iowa, in cui spiegavamo cosa sono i caucus e presentavamo alcuni dei candidati. Se vi interessa, lo trovate su Questotrentino.

15 gennaio 2008

la parola della settimana: severance



La parola della settimana è severance: letteralmente l'atto di terminare una connessione o relazione (l'etimo è il verbo latino separare) e, tecnicamente, il bonus corrisposto ad un impiegato al momento in cui questi lascia il proprio posto di lavoro.

Anche nella meritocratica America, non sempre l'entità del bonus è correlata alla bontà dell'operato passato, tanto più se il bonus in questione è la severance pay.

Esempio di questi giorni: cosa succede ad un CEO la cui azienda perde miliardi di dollari (circa 11, all'ultimo conteggio) nel mercato dei mutui, ha un andamento in borsa come quello della figura (un anno fa un'azione valeva $45, adesso ne vale $5), manda a casa migliaia di dipendenti (12.000 persone, più o meno), e l'unica cosa che la separa dalla bancarotta è un'offerta d'acquisto di Bank of America? Se l'azienda è Countrywide — quartier generale e tanti uffici ad un tiro di schioppo da qui — e il CEO in questione è l'abbronzatissimo Mr. Mozilo, c'è il rischio che riesca ad andarsene a casa con in tasca un assegno da $115 milioni, 2 pensioni, voli gratuiti sul jet aziendale, e (questo è il meglio) conti pagati al country club fino al 2011.

Sembra che K. Lewis, il grande capo di BoA, abbia commentato "I would guess that he'll want to go have some fun."

13 gennaio 2008

senza preservativi aggiunti



Per un attimo Maurizio Maggi dell'Espresso ci fa davvero preoccupare sulla crisi del mercato immobiliare americano. Nel suo articolo sull'ultimo numero del 2007 scrive che a Miami si vendono "molto bene i cosiddetti condoms". Tiriamo un sospiro di sollievo scoprendo, alla riga successiva, che gli immobiliaristi continuano, in realtà, a vendere gli appartamenti di lusso nei grattacieli con vista oceano (condos) e che non si sono dati al mercato dei preservativi (condoms).

Incertezza linguistica o lapsus freudiano?

06 gennaio 2008

la parola della settimana: snafu



La parola della settimana è snafu: per definizione, uno stato confuso o caotico e, per etimologia, l'acronimo dall'espressione "situation normal: all fouled up", che si potrebbe tradurre con "sempre il solito casino". Apparentemente, l'espressione era tanto comune tra i militari americani durante la seconda guerra mondiale da dare anche il nome, Private Snafu per l'appunto, al protagonista di una serie di cartoni animati di addestramento per reclute.

Lo snafu che ci ha toccato in questi giorni è, per fortuna, ben meno drammatico. La tempesta che ha attaccato la California è arrivata dalle nostre parti un po' infiacchita e, se è vero che in 3 giorni di attività ha scaricato più acqua che nei 12 mesi precedenti, finora è assomigliata più ad un persistente, cocciuto e umidiccio acquazzone, che ad un thriller ambientalista dell'ultimo filone hollywoodiano.


Nonostante questo, come sempre qui quando scende un po' d'acqua, la situazione è immediatamente diventata d'emergenza, con gli autoctoni ben bardati nei loro stivali impermeabili, l'andatura imprevedibile alla guida (o schizofrenicamente veloce o inspiegabilmente lenta), gli incroci allagati e la corrente elettrica tagliata al complesso di edifici cui fa parte il nostro appartamento. Per 17 ore. Sì, diciasette. Una notte e mezza giornata...

Visto che siamo in campagna elettorale: il mio voto a chi interra i cavi elettrici!

PS: grazie a Fede e Abe per aver salvato le nostre vettovaglie ospitandole nel loro frigo!

17 settembre 2007

la parola della settimana: foreclosure

foreclosure sign
La parola di questa settimana è foreclosure. Il dizionario ci dice che deriva dal latino fors (fuori) e clore (chiudere), letteralmente, quindi, significa "chiudere fuori". L'accezione in cui è diventato termine comune, almeno in quest'ultimo tribolato mese, è quella tecnica del pignoramento, che chiude fuori di casa il proprietario insolvente nei pagamenti del mutuo.

Il New York Times ha un'ottima pagina che riassume temporalmente i principali avvenimenti che hanno portato alla crisi dei mutui e quindi all'esplosione del numero di foreclosure. Passato il primo spavento, ci si inizia a chiedere di chi sia la colpa. C'è solo l'imbarazzo della scelta.

La Fed, nella figura del suo celebrato Greenspan, è ora accusata di avere tenuto per anni troppo bassi i tassi di interesse, favorendo credito facile, mutui poco costosi e, di conseguenza, la bolla del mercato immobiliare.
Parecchia gente si è imbarcata in mutui "jumbo" (no down payment, copertura di fino al 100% del bene della casa, tassi bassi ma variabili) su cui ora, a causa di un rialzo dei tassi, piccoli incidenti di percorso (un licenziamento, una malattia, ecc), ricaduta del mercato immobiliare e conseguente prosciugamento della linee di credito basate sulla equity dell'immobile, non riesce più a pagare le rate.
Le banche hanno per anni facilitato in ogni modo lo sviluppo dei mercato dei mutui, (le divisioni mutui erano tra quelle che rendevano profitti a 2 cifre percentuali), rendendo accessibili anche a clienti subprime (i più a rischio di insolvenza) i propri prodotti.
I grandi investitori (hedge fund, investment fund) hanno scommesso che la bolla immobiliare non sarebbe scoppiata mai e hanno allegramente accumulato prodotti finanziari basati sui mutui. Caduti gli ultimi, cadono anche i primi. A volte spettacolarmente, come nel caso del mitico fondo Alpha di Goldman Sachs, per cui è stata necessaria l'iniezione di 3 miliardi di dollari (sì, miliardi) per evitarne il collasso.
Le compagnie di rating, infine, hanno ignorato il problema, continuando ad assegnare valutazioni positive a compagnie e investimenti estremamente a rischio.

Per aggiungere al danno la beffa, il mercato immobiliare di Santa Barbara rimane, noncurante di tutto ciò, in continua crescita: ci toccherà affittare ancora per un po' visto che il prezzo mediano di una casa qui supera il milione di dollari...

18 agosto 2007

la parola della settimana: sundowners


Foto credit: NASA/GSFC/LaRC/JPL, MISR Team

Con questo post proviamo ad inaugurare una serie (per quanto possibile) periodica —pensiamo ad un articolo la settimana/10 giorni—dedicata alle parole o espressioni inglesi che, per qualche motivo, ci sono improvvisamente diventate familiari, ci hanno incuriosito, confuso o sorpreso. Insomma, un misto tra Bartezzaghi, Rieducational Channel e le lezioni di inglese di Mr. Brown per Le Iene.

Iniziamo con sundowner. Letteralmente, "quelli del sole calante". Wordnet ci dice che ha 2 significati principali:
  • barbone, vagabondo, che arriva al calare del sole in un certo posto per scroccare vitto e alloggio;

  • aperitivo, degustato rigorosamente di sera.

Dalle nostre parti, i sundowners sono invece i venti che, all'inizio della sera, spingono aria calda dalle zone interne verso la costa. Il loro effetto è un aumento sensibile delle temperature, qui tipicamente temperate dalla presenza dell'oceano, e diminuzione dell'umidità. La versione popolare, a quanto pare sconfessata dalla meteorologia, riconduce questi effetti all'attraversamento del deserto del Mojave.
Più a sud, nell'area di Los Angeles, prendono il nome di "venti di Santa Ana", forse dal nome delle montagne di Santa Ana, nella Orange County, o, più poeticamente, dallo spagnolo vientos de Sanatanas, venti di Satana.

In questi giorni dominati dallo Zaca Fire, i sundowners sono i venti che spingono le fiamme, cenere e fumo verso sud, ovvero verso la città. Anche per questo, i locals sarebbero d'accordo con Raymond Chandler, che diceva:
Those hot dry winds that come down through the mountain passes and curl your hair and make your nerves jump and your skin itch. On nights like that every booze party ends in a fight. Meek little wives feel the edge of the carving knife and study their husbands' necks. Anything can happen.