- Obama ha vinto, anzi stravinto, e ne abbiamo già parlato. Due commenti veloci. Primo, non si può esagerare l'importanza storica di questo risultato, che idealmente completa il percorso dei Civil Rights, iniziato oltre 50 anni fa con la protesta degli autobus di Montgomery, gli idranti e i cani poliziotto di Birmingham e le marce di Selma. Secondo, al di là degli slogan e dei motto da campagna, Obama è riuscito ad infondere l'idea che cambiare, migliorare il Paese è possibile. Credo che qui ci credano e ce la possano fare. Per dire, il giorno delle elezioni la gente faceva la coda fuori dai locali per vedere la televisione. Scene così qui non si vedevano da 9/11. Infine, chi si aspetta una presidenza "leggera", tanto idealismo e poca concretezza, mi sa che dovrà ricredersi. Le origini nella spietata (politicamente) Chicago, alcuni passaggi del discorso di Grant Park ("To those who would tear this world down—we will defeat you. To those who seek peace and security—we support you.") e le prime nomine mi fanno pensare che si terranno i piedi ben per terra.
- McCain ha perso, e male. I motivi sono tanti: da un messaggio poco convincente e sempre cambiante, a seconda dell'emergenza del momento, alla Palin, che ha energizzato la base, ma spaventato gli indecisi con la sua impreparazione e arroganza. Così il partito Repubblicano si trova a rimpiangere i tanti Stati solo 4 anni fa considerati roccaforte e oggi colorati invece di blu (Ohio, Virginia, Pennsylvania), e un Paese, complessivamente, a maggioranza democratica. Di McCain ricordiamo volentieri il discorso finale, quando, con grande senso di responsabilità, pur al termine di una campagna durissima e senza esclusione di colpi, ha zittito i suoi che urlavano contro Obama e ha ricordato che patriottismo è anche servire lo Stato quando il presidente è di un altro colore.
- L'economia va male. Wall Street ha bruciato, oltre che alcuni dei suoi dei, anche i fondi pensione di milioni di persone; la gente, senza reddito o credito extra, ha smesso di spendere; e le aziende hanno iniziato a licenziare (50,000 posti, ieri, Citigroup). Al di là dei numeri, è interessante registrare un cambiamento di mentalità, veloce (e opportunistico) quanto la crisi: si torna a parlare di regole dei mercati, si disegnano nuove authority, e si invocano misure economiche alla Roosevelt. E pensare che fino a qualche mese fa il modello era Reagan.
Tempi interessanti...
